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Philemon

Philemon veniva dal Burkina Faso. 
Era la prima volta che sentivo il nome di quel Paese e dovetti farmi dire da lui come si chiamano gli abitanti; se vi interessa saperlo, si chiamano Burkinabé. 
Era alto e un po' spavaldo, di quelli che non capisci subito se ti stanno prendendo sul serio o per i fondelli. 
Veniva sempre a scuola, puntuale, con il suo maglione a collo alto, che qui fa freddo, ma che scherziamo? 
A scuola ci divertivamo, il gruppo era bello e affiatato; e anche grazie a lui c'era un clima sempre allegro, nonostante il grigiore della stagione e delle pareti della sala che ci ospitava. 
Poi un giorno sparì. Non si fece sentire in nessun modo, semplicemente smise di venire a scuola. Pensai che gli incontri fossero noiosi o poco utili, che non ero riuscita a coinvolgerlo nonostante la sua buona motivazione. Certo, non sarebbe stata la prima volta. Pensai anche di non essere una buona insegnante. 
Passarono alcune settimane; decisi di non abbattermi e quasi mi scordai di lui. Quando, da un giorno all'altro, si ripresentò in aula. 
E tu che ci fai qui? Credevo avessi smesso di venire a scuola!
Smesso? Macché! Sono stato all'ospedale a togliere i calcoli!
Felice di questo ritorno inaspettato, ripresi fiducia; la sua carica mi diede tante idee e terminammo il corso con lo stesso umore con cui avevamo iniziato. Poi frequentò anche il corso di supporto alla scuola guida. 
Poi trovò lavoro ed uscì dal progetto e per tanto tempo non ci vedemmo, né sentimmo. 
Poi un giorno è ricomparso. 
E oggi è mio marito.

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